venerdì 30 gennaio 2015

Oltre lo specchio.

            E’ quando gli ultimi raggi del sole si affacciano tremolanti da dietro le montagne che il più sottile raggio luminoso appare più forte, quasi ribellandosi a quel necessario spasmo che appare il momento del tramonto.
L’equilibrio che regge il susseguirsi della luce e del buio non dovrebbe scalfire, irritare, preoccupare la percezione umana, almeno, secondo la logica.
Ma la logica, che nel suo significato originale traduce diverse altre sfumature, è così la prima cosa, il primo concetto, a mettere in discussione se stesso.
Edith, il cui pensiero disordinato e scontroso evitava sempre la ragione come sentimento, si lasciava guidare dagli eventi. Non permetteva neppure all'evidenza dei fatti scomporre il suo perfetto equilibrio. Per lei, la luce e le tenebre erano perfettamente equilibrate, due metà perfettamente congruenti.
Arriva sempre però un momento durante lo scorrere della nostra intensa esistenza in cui, nonostante le certezze di regolarità e costanza, si viene in contatto con la propria Ombra. L’Ombra, quella parte che in ogni uomo e donna, rappresenta con dettagli precisi e spietati quello che mai si vorrebbe essere.
Il mistero celato dietro questo buio può essere più ossessivo del bisogno di verità, più nevrotico della ricerca d’Amore, più paranoico del continuo scappare.
L’Ombra si mostra quasi come un cancro: estraneo, doloroso, incurabile e mortale. Ci mostra la nostra capacità di negazione, incredulità, la nostra perdita di controllo, la nostra paura, ogni vagliabile insicurezza, il senso di colpa verso noi stessi e verso gli altri.
E’ quando ci si trova faccia a faccia con la propria ombra che spesso accade di perdere il senno, perdendo la capacità di distinguere cosa è reale e cosa non lo è.
Ma a Edith, che mai s’era messa in discussione, queste parole sarebbero apparse come carta stampata, parole e periodi in successione, paragrafati, come su un libro di studi sull'uomo che aveva letto al liceo. “Di tutta questa roba, io, non ci capisco proprio nulla.” Si sa che, quando si raggiunge il livello di coscienza veramente utile e buono, scopri che non serve studiare, ma per capirlo, devi aver studiato.
“Sapere” è alle volte una brutta malattia, il virus in incubazione pronto ad esplodere quando ormai credi d’esserne immune. Il sapere, seppur non ci si faccia caso come per Edith, coltiva con violenza il suo momento di manifestazione.
            Quella giornata in particolare, in un pomeriggio d’inverno, si dava la possibilità a Edith di conoscere la superficie del Lago, lì, ferma a celare le sue peggior paure che altro non manifestavasi sotto le spoglie d’un ricordo dimenticato, il suo peggior nemico… se stessa.
Uno specchio così limpido che non lasciava però all'acqua un ricambio, se non in piccoli corsi a riversarsi ed uscirne.
L’aria umida penetrava nel giaccone di lana a farle sentire il freddo, sospesa e gelida, in una forma d’acqua che nulla di sacro aveva nel violentare la superficie del corpo, farlo tremare.
Ogni passo, sulla terra di fango, si sporcava con fastidio rendendo sempre più scomodo, scivoloso e sporco, quel camminare.
Il Lago l’affascinava e, a poca distanza e pochi ultimi passi, la aspettava. Il Lago lasciava che il suo profumo la attirasse, che il riflesso del limpido cielo sopra la sua testa, la rapisse.
Il Lago, nella sua calma, cela misteri. Fu teatro di storie fantastiche, miti e leggende, tempio di riti e pagine di studio sull'uomo. Dal Lago, riemergono creature, si svelano corpi dimenticati. Il Lago è un dolore silenzioso.
Il vento, sfiorando lo specchio increspava poco quell'acqua che, lo trasformava, lo distorceva, rendeva il suo riflesso corrotto.
Il vento soffiava. Trascinava dolcemente i morti caduti dagli alberi disegnando una spirale intorno ai piedi di Edith, pochi passi ancora dalla riva.
Nel suo cuore, il desiderio di guardare da vicino il suo amore. Pochi passi ancora, un piccolo battito ancora, un ricordo. Un profumo passarle sul viso alle narici, le apriva lo scrigno. Ogni cosa poteva ora muoverla alla comprensione, tutto spingeva alla curiosa volontà di vedere, conoscere e capire. Il suo viso, sopra lo specchio, ora cupo, ora deluso per quello che il vento aveva voluto ricordarle.
Un sussurro, dalle labbra increspate dal vento riflesse sull’acqua, diceva… “Questa non sei tu, ora, sono io.”. Non capiva, senza timore, non capiva. Allora, il suo riflesso, piano, s’allontanava lontano nel lago. La sua mano e il suo viso si avvicinavano allo specchio fino a toccarlo. La mano,sullo stesso specchio, un ostacolo. Prima uno specchio, ora, un vetro.
Il corpo a muoversi in un brivido di gelo, come se tutta la pelle andasse a ricoprirsi dell’acqua del Lago. Piano, quella sensazione estendersi su ogni frammento del corpo. Dalle braccia al petto, dal seno alla pancia, sugli occhi, fra i capelli. Edith giaceva sotto la superficie del Lago. La sua Ombra, quello sconosciuto riflesso, se n’era andata al posto suo. Inutile provare ad uscire. La luce era rimasta intrappolata ed il buio, libero di andare.
Il corpo adesso vedeva bene in quale stato si trovasse e, con inutili spasmi, cercava di liberarsi, trovare un varco. L’acqua, sacra e potente, penetravale nella bocca, nel naso e nelle orecchie. Avrebbe voluto piangere ed urlare aiuto. Non poteva, non le era possibile farlo e per il corpo, non ve n’era motivo.
            Quando l’ultimo dei battiti sembra segnare l’ultimo istante del nostro cammino, il corpo muove i suoi ultimi tremiti alla ricerca dell’ultima luce di vita. Un colpo ancora, una lacrima ancora, perdersi dentro a quell’acqua.
Ma il cuore, debole e stanco, non perde però la sua voce…
Aiuto gridava, con quel poco di ritmo che ancora restava mentre il corpo, immobile s’allontanava dalla superficie, per raggiungere il fondale. Un suolo morto ma morbido e accogliente. A chiudersi gli occhi vedono qualcosa in quell’attimo, prima di lasciarsi andare. Una mano, attraverso la superficie, spingersi verso di lei. Una mano calda ad afferrarla, la richiama indietro.
“Edith! Svegliati!”
“Amore…”
“Sono qui, era solo un brutto sogno. Sono qui, qui vicino ate. Sempre qui con te.”
Stringendola forte a sé, le posava la sua mano calda sul petto che urlava ancora, piangendo quel dolore che l’Ombra del Lago le aveva donato.
Un sogno diceva, solo un brutto sogno.
Ma il sogno può essere un incubo ancor peggiore di quanto si creda, ed incontrare se stessi, nel riposo, è un brutto presagio, un segno al quale dobbiamo dare molta più importanza, attenzione e cura.
L’Ombra, non è una creatura leggendaria, non è il personaggio di una brutta storia. L’Ombra è colei che vediamo riflessa in uno specchio, col viso cupo e deluso.
Avresti tu il coraggio di fissare dritto negli occhi la tua Ombra? Non è certo che dall’altra parte del vetro ci sia qualcuno a porgerti la sua mano a salvarti. Se così fosse, che tu sia ancora vivo e abbastanza forte da permetterlo.

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