venerdì 15 giugno 2012

Fu allora che la Morte mi sorrise.

Fu allora che la Morte mi sorrise.
Parevasi spendere quei lamenti solo per il mio fegato, che ormai, se s'era salvato dall'alcool e dalle droghe, non gli restava che provare l'ultima insonne malattia dell'uomo. L'ultima malattia, quella che ti infligge il più grave dei giudizi, quella che ti regala la migliore delle punizioni.
Non esiste legge alcuna, che io sappia, che punisca chi tradisce la propria anima. Io ne avevo bisogno. Di una legge che portasse alla luce la malattia  bruciandola al rogo, dopo averla torturata e umiliata. Di una legge che che obblighi a restar nudo davanti a Dio a piangere le continue blasfemie.. poiché io avevo peccato, e avrei dovuto soltanto morire.
Io avrei dovuto solo morire.
Quale complicata tristezza in poche parole. Il voler spiegare al vento vele di conoscenza che regalino il perdono a questo inetto.. è giusto che paghi, questo inetto, è giusto che soffra. Poiché tanto ha regalato alla mole di persone il suo polemico e sarcastico perfezionismo.. non poteva durare in eterno, poiché prima o dopo avrebbe ceduto.
Il suono della campana che si perde rimbalzando fra le mura e si riflette ancora su come l'uomo possa rintoccare ogni giorno a festa col marciume che anche io riesco a succhiare, su, per il sacchetto dell'umido. Di che vantarsi allora? Di avere distrutto qualsiasi cosa per qualche minuto di stupida corruzione? Ma di chi è la colpa poi se non dell'uomo stesso. Cerchi di rifugiarti dietro il discarico che l'umano vivere è molto peggio di te? Non è forse il destro di ognuno? Basta a colmare un'eternità di sacrificio? Poiché la vita ci lascia fottutamente liberi di creare il nostro percorso e compiacerci, perché no, dell'esito.
Freddo risale il brivido di sonno che combatte con la carne che umana non appare e cinicamente ridisegna il proprio io, ad immagine e somiglianza di quello che forse è stato sepolto vivo dentro lo spirito e voluto forzare l'uscita. Combattesi in qualche modo anche la superbia con cui si vorrebbe semplicemente dire, "sì, ma non ho ucciso nessuno, almeno, non ancora."
Ed è adesso che la Morte mi sorride, quasi con compassione, o solo sdegno, pena, pietà.. mi sorride e mi ricorda che il tempo mio non è. Lei, la Signora, ancora non mi vuole.. poiché deve vedermi soffrire lamentoso come un cane ferito al ciglio di una strada.. le macchine lo vedranno, rivolgendo uno sguardo curioso e schifato, per quell'essere, punito in qual modo dalla sorte.. abbandonato e ferito.. da solo al mondo.. e avrebbe soltanto dovuto morire.
Dorian Seattle


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