venerdì 30 gennaio 2015

Oltre lo specchio.

            E’ quando gli ultimi raggi del sole si affacciano tremolanti da dietro le montagne che il più sottile raggio luminoso appare più forte, quasi ribellandosi a quel necessario spasmo che appare il momento del tramonto.
L’equilibrio che regge il susseguirsi della luce e del buio non dovrebbe scalfire, irritare, preoccupare la percezione umana, almeno, secondo la logica.
Ma la logica, che nel suo significato originale traduce diverse altre sfumature, è così la prima cosa, il primo concetto, a mettere in discussione se stesso.
Edith, il cui pensiero disordinato e scontroso evitava sempre la ragione come sentimento, si lasciava guidare dagli eventi. Non permetteva neppure all'evidenza dei fatti scomporre il suo perfetto equilibrio. Per lei, la luce e le tenebre erano perfettamente equilibrate, due metà perfettamente congruenti.
Arriva sempre però un momento durante lo scorrere della nostra intensa esistenza in cui, nonostante le certezze di regolarità e costanza, si viene in contatto con la propria Ombra. L’Ombra, quella parte che in ogni uomo e donna, rappresenta con dettagli precisi e spietati quello che mai si vorrebbe essere.
Il mistero celato dietro questo buio può essere più ossessivo del bisogno di verità, più nevrotico della ricerca d’Amore, più paranoico del continuo scappare.
L’Ombra si mostra quasi come un cancro: estraneo, doloroso, incurabile e mortale. Ci mostra la nostra capacità di negazione, incredulità, la nostra perdita di controllo, la nostra paura, ogni vagliabile insicurezza, il senso di colpa verso noi stessi e verso gli altri.
E’ quando ci si trova faccia a faccia con la propria ombra che spesso accade di perdere il senno, perdendo la capacità di distinguere cosa è reale e cosa non lo è.
Ma a Edith, che mai s’era messa in discussione, queste parole sarebbero apparse come carta stampata, parole e periodi in successione, paragrafati, come su un libro di studi sull'uomo che aveva letto al liceo. “Di tutta questa roba, io, non ci capisco proprio nulla.” Si sa che, quando si raggiunge il livello di coscienza veramente utile e buono, scopri che non serve studiare, ma per capirlo, devi aver studiato.
“Sapere” è alle volte una brutta malattia, il virus in incubazione pronto ad esplodere quando ormai credi d’esserne immune. Il sapere, seppur non ci si faccia caso come per Edith, coltiva con violenza il suo momento di manifestazione.
            Quella giornata in particolare, in un pomeriggio d’inverno, si dava la possibilità a Edith di conoscere la superficie del Lago, lì, ferma a celare le sue peggior paure che altro non manifestavasi sotto le spoglie d’un ricordo dimenticato, il suo peggior nemico… se stessa.
Uno specchio così limpido che non lasciava però all'acqua un ricambio, se non in piccoli corsi a riversarsi ed uscirne.
L’aria umida penetrava nel giaccone di lana a farle sentire il freddo, sospesa e gelida, in una forma d’acqua che nulla di sacro aveva nel violentare la superficie del corpo, farlo tremare.
Ogni passo, sulla terra di fango, si sporcava con fastidio rendendo sempre più scomodo, scivoloso e sporco, quel camminare.
Il Lago l’affascinava e, a poca distanza e pochi ultimi passi, la aspettava. Il Lago lasciava che il suo profumo la attirasse, che il riflesso del limpido cielo sopra la sua testa, la rapisse.
Il Lago, nella sua calma, cela misteri. Fu teatro di storie fantastiche, miti e leggende, tempio di riti e pagine di studio sull'uomo. Dal Lago, riemergono creature, si svelano corpi dimenticati. Il Lago è un dolore silenzioso.
Il vento, sfiorando lo specchio increspava poco quell'acqua che, lo trasformava, lo distorceva, rendeva il suo riflesso corrotto.
Il vento soffiava. Trascinava dolcemente i morti caduti dagli alberi disegnando una spirale intorno ai piedi di Edith, pochi passi ancora dalla riva.
Nel suo cuore, il desiderio di guardare da vicino il suo amore. Pochi passi ancora, un piccolo battito ancora, un ricordo. Un profumo passarle sul viso alle narici, le apriva lo scrigno. Ogni cosa poteva ora muoverla alla comprensione, tutto spingeva alla curiosa volontà di vedere, conoscere e capire. Il suo viso, sopra lo specchio, ora cupo, ora deluso per quello che il vento aveva voluto ricordarle.
Un sussurro, dalle labbra increspate dal vento riflesse sull’acqua, diceva… “Questa non sei tu, ora, sono io.”. Non capiva, senza timore, non capiva. Allora, il suo riflesso, piano, s’allontanava lontano nel lago. La sua mano e il suo viso si avvicinavano allo specchio fino a toccarlo. La mano,sullo stesso specchio, un ostacolo. Prima uno specchio, ora, un vetro.
Il corpo a muoversi in un brivido di gelo, come se tutta la pelle andasse a ricoprirsi dell’acqua del Lago. Piano, quella sensazione estendersi su ogni frammento del corpo. Dalle braccia al petto, dal seno alla pancia, sugli occhi, fra i capelli. Edith giaceva sotto la superficie del Lago. La sua Ombra, quello sconosciuto riflesso, se n’era andata al posto suo. Inutile provare ad uscire. La luce era rimasta intrappolata ed il buio, libero di andare.
Il corpo adesso vedeva bene in quale stato si trovasse e, con inutili spasmi, cercava di liberarsi, trovare un varco. L’acqua, sacra e potente, penetravale nella bocca, nel naso e nelle orecchie. Avrebbe voluto piangere ed urlare aiuto. Non poteva, non le era possibile farlo e per il corpo, non ve n’era motivo.
            Quando l’ultimo dei battiti sembra segnare l’ultimo istante del nostro cammino, il corpo muove i suoi ultimi tremiti alla ricerca dell’ultima luce di vita. Un colpo ancora, una lacrima ancora, perdersi dentro a quell’acqua.
Ma il cuore, debole e stanco, non perde però la sua voce…
Aiuto gridava, con quel poco di ritmo che ancora restava mentre il corpo, immobile s’allontanava dalla superficie, per raggiungere il fondale. Un suolo morto ma morbido e accogliente. A chiudersi gli occhi vedono qualcosa in quell’attimo, prima di lasciarsi andare. Una mano, attraverso la superficie, spingersi verso di lei. Una mano calda ad afferrarla, la richiama indietro.
“Edith! Svegliati!”
“Amore…”
“Sono qui, era solo un brutto sogno. Sono qui, qui vicino ate. Sempre qui con te.”
Stringendola forte a sé, le posava la sua mano calda sul petto che urlava ancora, piangendo quel dolore che l’Ombra del Lago le aveva donato.
Un sogno diceva, solo un brutto sogno.
Ma il sogno può essere un incubo ancor peggiore di quanto si creda, ed incontrare se stessi, nel riposo, è un brutto presagio, un segno al quale dobbiamo dare molta più importanza, attenzione e cura.
L’Ombra, non è una creatura leggendaria, non è il personaggio di una brutta storia. L’Ombra è colei che vediamo riflessa in uno specchio, col viso cupo e deluso.
Avresti tu il coraggio di fissare dritto negli occhi la tua Ombra? Non è certo che dall’altra parte del vetro ci sia qualcuno a porgerti la sua mano a salvarti. Se così fosse, che tu sia ancora vivo e abbastanza forte da permetterlo.

venerdì 15 giugno 2012

Fu allora che la Morte mi sorrise.

Fu allora che la Morte mi sorrise.
Parevasi spendere quei lamenti solo per il mio fegato, che ormai, se s'era salvato dall'alcool e dalle droghe, non gli restava che provare l'ultima insonne malattia dell'uomo. L'ultima malattia, quella che ti infligge il più grave dei giudizi, quella che ti regala la migliore delle punizioni.
Non esiste legge alcuna, che io sappia, che punisca chi tradisce la propria anima. Io ne avevo bisogno. Di una legge che portasse alla luce la malattia  bruciandola al rogo, dopo averla torturata e umiliata. Di una legge che che obblighi a restar nudo davanti a Dio a piangere le continue blasfemie.. poiché io avevo peccato, e avrei dovuto soltanto morire.
Io avrei dovuto solo morire.
Quale complicata tristezza in poche parole. Il voler spiegare al vento vele di conoscenza che regalino il perdono a questo inetto.. è giusto che paghi, questo inetto, è giusto che soffra. Poiché tanto ha regalato alla mole di persone il suo polemico e sarcastico perfezionismo.. non poteva durare in eterno, poiché prima o dopo avrebbe ceduto.
Il suono della campana che si perde rimbalzando fra le mura e si riflette ancora su come l'uomo possa rintoccare ogni giorno a festa col marciume che anche io riesco a succhiare, su, per il sacchetto dell'umido. Di che vantarsi allora? Di avere distrutto qualsiasi cosa per qualche minuto di stupida corruzione? Ma di chi è la colpa poi se non dell'uomo stesso. Cerchi di rifugiarti dietro il discarico che l'umano vivere è molto peggio di te? Non è forse il destro di ognuno? Basta a colmare un'eternità di sacrificio? Poiché la vita ci lascia fottutamente liberi di creare il nostro percorso e compiacerci, perché no, dell'esito.
Freddo risale il brivido di sonno che combatte con la carne che umana non appare e cinicamente ridisegna il proprio io, ad immagine e somiglianza di quello che forse è stato sepolto vivo dentro lo spirito e voluto forzare l'uscita. Combattesi in qualche modo anche la superbia con cui si vorrebbe semplicemente dire, "sì, ma non ho ucciso nessuno, almeno, non ancora."
Ed è adesso che la Morte mi sorride, quasi con compassione, o solo sdegno, pena, pietà.. mi sorride e mi ricorda che il tempo mio non è. Lei, la Signora, ancora non mi vuole.. poiché deve vedermi soffrire lamentoso come un cane ferito al ciglio di una strada.. le macchine lo vedranno, rivolgendo uno sguardo curioso e schifato, per quell'essere, punito in qual modo dalla sorte.. abbandonato e ferito.. da solo al mondo.. e avrebbe soltanto dovuto morire.
Dorian Seattle


martedì 17 novembre 2009

Se questa è Arte.


Le diciannove in punto. Vagone sommerso di persone il cui sguardo pare voglia segnare la mia scelta di aspettare “la corsa” successiva per avere un posto a sedere. Si, perché io in fondo non temo di arrivare qualche minuto più tardi a casa, e neppure piangerei nello stare levato su senza poter aderire a quelle riluttanti moquette che rivestono l’arredamento dei posti a sedere. Che prezzo ha la mia preziosa educazione e generosità di fronte quegli sguardi stanchi e sbuffosi che chiedono al mondo “pietà”. Ogni giorno è peggio. E’ già da mezz’ora che stava la gente in fila aspettando il treno. Ma c’è qualche sciopero? A continuare poi coi soliti banali discorsi sul trucco e parrucco del ventunesimo secolo. Che prezzo deve pagare la mia voglia di penna alle diciannove di sera, manco l’avessi rubato quel posto. Manco non ci avessi il biglietto.

Liberandomi dall’imbarazzo degli occhi a guardare questo scapigliato sbracato e barbone drogato mi lascio rapire da quel folle stato d’animo che in tanti anni ancora non ho potuto sopprimere e mi rimetto anche oggi a scrivere.

Mi interrogo, in un modo del tutto inaspettato, su appunto le forme che la mia “produzione” ha assunto negli anni, rileggendola con una attesa storica che nella letteratura “vera” avrebbe il suo ben lungo processo di analisi nella critica letteraria.

Allora alla domanda “se questa è Arte” mi verrebbe da concentrare i miei studi per i prossimi anni che mi restano da vivere, uno o cento che vogliano essere. E giuro che se avessi il tempo, o una seconda vita a disposizione, lo farei molto volentieri. Di certo pensieri e pensieri sono stati tradotti in pagine rivolte ad autori minori, a differenti forme di composizione appartenenti alla solitudine dell’anonimato. Un aforisma che rende l’uomo poeta, concetti che lo differenzino dalla umanità. Pagine infinite di critica magari sui movimenti di pensiero sconosciuti alle masse – senza nessun riferimento alla letteratura d’avanguardia - , quella –se si può definire- letteratura silenziosa e anonima dettata dalla passione per la penna ma mai pubblicata.

La bozza “Il mio viaggio ultimo”, sul quale sto lavorando per proporne una più matura e attenta rilettura, offuscandone completamente i significati oscuri e regalandogli leggibilità è un racconto. Forse ha solo la presunzione di volerlo essere. Sin dalle prime righe quasi illeggibile, d’un italiano che porta con se la mediocrità ed una vergognosa valigia di esperienze letterarie, un rigurgito semi-digerito di stress, solitudine, voglia di evasione e personale surrogazione di me alla Morte che a tratti rievoca l’eroe incompiuto del romanzo novecentesco restituendone quelle sensazioni delle folle metropolitane francesi a soffocare la volontà dell’uomo di risolvere i piaceri della vita in quanto membro partecipe di uno stormo impazzito, popolo dell’apparire.

Il luogo d’isolamento potrebbe allora apparire nel contesto stesso della vicenda raccontata una ulteriore fuga, ma è solo abbandono, rassegnazione e impotenza nel comunicare le proprie emozioni. Il punto è proprio nel come pensare ad un lavoro, se compiuto o che necessita rivedute. Quanto il mio scritto, rielaborato, manterrà in se i significati della prima lettura? Quanto il miglioramento della esposizione aggiungerà al testo più della semplice e ovvia elevazione della leggibilità linguistica?

Qualcuno raccolse con semplici parole ciò che chi sentendo dentro la cera d’autore, artista, vorrebbe sentirsi dire. Quello che io percepisco come triste e scarno tentativo di scrittura è in realtà una affascinante “lettura”. Chi ha divorato centinaia di romanzi ed opere di vario genere mi chiama “artista”. Quindi mente, si sbaglia o la sua sensibilità artistica è più povera delle mie conoscenze in letteratura indiana.

La volontà di “riscrivere me stesso” porta in grembo proprio questa insicura ma fruttuosa domanda, alla quale, non cerco affatto risposta! Incuriosisce quella parte di me che si crede uno scrittore. Vi arrivo solo ad oggi, forse in ritardo, ma con inevitabile presenza al bisogno di “nutrire un lavoro per schiudere quel bocciolo che seppur portatore di bellezza non ha ancora raggiunto la sua forma di massima grazia e perfezione”, poiché in fondo, anche il bocciolo, seppur ancora giovane può essere ammirato, ma è il dischiuso fiore il portatore di grandi attenzione e seme di nuova vita.

mercoledì 11 novembre 2009

Il mio viaggio ultimo.


A poco dalla sua naturale abitazione si nascondeva, quell'edificio antico e ormai solo triste sepolcro di un unico evento che nella umana concezione può ripetersi una e una sola notte, una, una sola volta. Che l'Arte sia padrona e dominatrice di queste emozioni che si succederanno è solo una scontata sottolineatura a tutto ciò che soavemente accadrà nelle forme naturali, vitali e di fine respiro.

Pesava di chiuso, l'aria dentro la stanza teatro della vita, in cui solo poco tempo prima Lui aveva vissuto tremende esperienze, i cui ricordi, non atto di questo scorrere di parole, potrebbero intimidire e raccapricciare la Morte stessa. Le pareti nel suo interno mostravano diversi ricordi d'umido forzare le mura dall'acqua ed un buio giallo ad invecchiare tutta l'atmosfera ed empirla di cupa angoscia. Tinto di ricordi, ma ormai di gelido abbandono, quello spazio non faceva che incupire quel viaggio, che già nel suo trapasso dominato da un solo respiro, non aveva che tragica compagna la Solitudine. In mezzo alla stanza, al secondo piano di quel cumulo di stanze ordinate e quadrate, un tavolo da pranzo, due sedie ed un tavolino da soggiorno su cui era ormai adagiata ogni cosa. Quasi fuori dall'impatto visivo e dall'utilità di quegli oggetti v'era un divano di fredda pelle marrone stretto e duro, un po' per sua natura, un po' per il gelo che i finestroni poco isolati e il passaggio per il terrazzo logoro ormai facevano passare.

Gli era stata donata tutta l'Arte, l'abilità atta al creare dal nulla la Bellezza, quella eterna circostanza che rende l'uomo schiavo e succube di una vita di decessi morali, di sconfitte ricorrenti e infiniti complessi e mali dell'animo. Ad Egli, era stata inflitta la pena di portare su di sé il peso di quel grosso male quale la bellezza assoluta d'un verso, la capacità di descriverne e partorirne tutti i disciolti piaceri e dolori che essa può inevitabilmente provocare.

Nella parete di fianco all'ingresso sul marrone divano, adagiavasi con eleganza Lui, che nella sua apparente calma, si faceva bagnare dalla silenziosa luce opaca di una mezza luna, che confondevasi o uniformemente abbracciavasi alle radiazioni fluorescenti d'un film gradevole, a raccontare di Amore Morte e Poesia e Musica. Un personaggio assassinato il giorno delle sue nozze, in cui sogni, speranze e sorrisi venivano infangati da stupro violenza, rapina e volgarità. Un musicista come Lui, un amante del Buio, esattamente come Lui.

Ascoltava ogni frase, già tanto nota, coccolando con le Sue labbra la bocca di una bottiglia di una birra, né prima né ultima di quella notte. Non fu comunque l'ultimo tossico liquido che avrebbe consumato quella notte: "E' una notte speciale!!" Disse con un tono festoso, alto, quasi volesse in un rumorio di gente mettere in risalto le sue parole, ed alzando in festa il vetro, fece scivolare tutto dolcemente nello stomaco. Poi tirando su una pagliuzza di tabacco americano sorrise fissando il vuoto, quasi rapito dall'immagine d'un suo ricordo, forse semplicemente da folle realizzazione di un sogno.

Mezzanotte e tre quarti circa, e il tempo scorreva con elegante armonia rintoccando ad ogni suo passo un dolore che nei sessanta secondi di ogni minuto lasciava il giusto spazio per riprendersi da un male e venire travolto presto da un successivo. Chiedersi cosa lo ossessionato non può che dare che poche risposte. La Decadenza, la perdita di fascino e carisma, la fanciulla paura di perdere la capacità di creare, comporre, comunicare. Soffriva spasimando. Toccava e rigirava i fogli su cui era solito lasciare cadere prose e versi prima che una ragione più egoista dell'essere Bello lo avesse infine travolto: l'Amore. Cominciò a cercare nello svuotarsi inconscio la Perfezione, il bisogno di rendere immortale e provocante ogni sua opera al fine di lasciare di sé non una minima insicurezza del suo genio, del suo aver accettato la vita, in schiavitù all'Arte e all'amore. Ma quanto allora avrebbe continuato a sopportare le due passioni maledettamente sfuggenti che lo saziavano provocandogli un rigurgito che la mancanza di tempo non gli permetteva di controllare? Quanto questa esistenza non completamente digerita Gli avrebbe permesso di vivere? E poi in che modo? Con quale spazio di dignità? Con che similitudine alla vita reale?

Donava ingenuamente a quella notte il compito di trovare delle risposte, poiché da nessuno le aveva avute, o forse non accettate. Diffidava di chiunque, chiuso in se stesso, aspettando che le sue convinzioni gli servissero il pretesto per abbandonare quello che già in principio non aveva dato nessun soddisfacente sentimento.

Solo quindici minuti erano stati colmati di troppi pensieri e già la sua mano stringeva un nuovo vetro in cui un aspro e scuro liquido era stato versato. Digeriva già una gran parte di rum quello stomaco che a sua volta come solito soffriva gli eccessi di Quel cantante e prosatore Maledetto. Lui adagiavasi elegantemente sul divano, come se nulla lo toccasse, come se una immagine ritratta di sé stesse lì a nascondere quello che il volto poteva e doveva forse in quei minuti mostrare. Lasciava vedere il suo petto per intero dove in vista stava appesa dal collo, a ricordare il suo legame all'Amore, un gioiello poco prezioso ma vivo di significato. Un jeans sgualcito e sbiadito mostrava parte delle sue gambe e ginocchia, mentre una pesante scarpa nera e slacciata quasi reggeva il peso di questa 'eleganza' disordinata (grunge? :D ).

Poneva a sé troppe domande in così breve tempo che nemmeno una successiva esistenza alla sua avrebbe potuto rispondere. Quanto pensare! Troppo! E solo il riposo, unica soluzione, distacco dalla vita con cui solo la Morte può scendere in gara. Che strazio, che soffocante dolore! Basta col creare quell'infinito numero di Mostri, vedere ancora quelle raccapriccianti immagini! Si mosse di scatto, e con impeto folle accarezzò di calore una candela movendosi ad osservare la luce d'essa farsi sempre più intensa, quasi a sforzare calore in tutta la stanza. Un senso di piacevole vuoto lo invase e fu abbracciato per un attimo dal desiderio di accomodarsi in riposo. Al socchiudere le palpebre quasi poteva ascoltare il sottile fruscio che segna il passaggio dalla veglia alla Morte coi battiti e si sentì rilassare, continuando a permettere sempre a meno luce di varcare i Suoi occhi fino al buio più possibile. Non capì se fosse passato uno o un migliaio di secondi quando l'angoscia turbò con violenza quel piacere, così scelse di vegliare ancora.

L'una e due quarti, e solo due ne erano ancora trascorsi. Indugiava, continuava a farsi violentare dai pensieri, vedendo in quella Notte una sola soluzione per estinguere il fuoco di quei mali, di quelle orribili sofferenze che adesso avevano cominciato a dare colpa proprio a se stesso, alla sua esistenza, ai suoi possibili errori. Distrutto ormai era, da qualunque perverso e sadico dolore che possa trovare fertile pasto in una povera mente sensibile. Era ormai la sua mente in crollo.

La tiepida notte primaverile scorreva lì fuori limpida e corretta, armoniosamente ben costruita, paragonabile solo ad un Kirye cinquecentesco del Palestrina. Dentro la stanza invece nemmeno il genio d'una disordinata melodia del Debussy avrebbe potuto melodicamente colorire quei continui cambiamenti di pianto con non principio e non fine.

Tutto ha uno scopo ben preciso, ma mai Lui avrebbe accettato nemmeno per errore concetti che non possedessero una loro logica funzione. Per lui era forse una turbolenta visione, ma ciò che albergava nella sua mente mai mancava di un gusto equilibrato. Mai si sarebbe potuto dire d'un suo gesto che avesse poco senso, poca attendibilità. Nel disordine, Lui, aveva la ragione. Pareva essere lo specchio di una cruda e banale realtà umana vittima osceni e sporchi risvolti di tutti i sentimenti. Non gli restava che fare un resoconto di ciò che di meno falso possedeva o gli era stato inflitto per cercare una via di fuga a quella ormai scontata sconfitta.

Ma l'oscura coscienza a dominare in quei momenti la sua anima, rendeva tutto più difficile ed ostile, ponendo in cattiva luce anche le sue opere, unica risorsa per la salvezza: tutto ricordavagli menzogne, ipocrisie, stupidi piaceri della carne. Ora non aveva più nulla. Solo come da sempre si sentiva, ora combatteva una battaglia che gli imponeva una vigliacca fuga o una gloriosa Sconfitta.

"Dio falso e bugirdo, figlio d'una puttana! Cosa hai creato allora di buono in questo mondo? Cosa dovrei apprezzare in tutto ciò, dopo aver vissuto tali sporche perversioni? Denaro, sesso, fama, cosa?? Amore?! Quale di questi tuoi figli prova il sentimento ch'io tanto vado narrando e tu tanto hai concesso di rendere perverso? Cosa!! Cosa?!!! Rispondi!!!! Infame vigliacco!!"

Continuava ora a muovere bestemmie a quel Dio al quale coi suoi modi rendeva nuovi e più reali comandamenti, visioni della esistenza, gridandogli contro quei difetti che egli aveva scordato in quella di sua creazione.

Ora per bestemmia, poi per sottile sfida, raccontava ad alta voce, in tutti i suoi più sporchi particolari, ciò che Egli avrebbe potuto dare alla Madonna per donargli un po' più di colore, di sorriso, felicità, soddisfazione. Perchè anche quella, era l'immagine modello di quella donna fra gli umani ad immaginarlo e desiderarlo, così ad infangare anche solo col pensiero quello ormai così puro essere dell'amore, fragile e pudico angelo dell'amore spirituale. Nulla risposta. Dio non dava alcun segno. Lo lasciava ancora solo a marcire con le sue domande e paure, ora sporcate da tremende blasfemie. Stava crollando.

Nell'attimo di quiete si lasciò rapire ancora dalla luce della candela che mostrando scoppiettare di stoppino gli annunciavano una ancora peggiore perdita di controllo. Era ormai sicuro quello fosse l'ultimo attimo di silenzio nel suo corpo.

Quel sentimento lo irrigidiva togliendo il fiato.

Di scatto si levò dal suo sostegno e con violenta furia si scagliò contro il tavolino a lui difronte liberandosi in calci a gettare per aria ogni oggetto a sua portata. Stringeva i pugni e si stappava la voce urlando ora l'unica parola che quella mancanza di aria gli permetteva di emettere, e allora: "Basta!! Basta! Basta!!! Bastaaaa!!!"

Per quel tempo, le urla furono così forti che non si può capire se quella voce provenisse dalla bocca o dal profondo del cuore. Tremava tutto e piangeva, urlava lanciando per aria tutto ciò a capitare per le mani senza curarsi più di nulla!

Il pavimento appariva ora bagnato, sporco, cosparso di frammenti di legno e vetro. Gettandosi in ginocchio ora, provocavasi ferite, che tristi, gettavano ultimi segni di vita, di speranza

Composto rigido e nervoso, fissava gli oggetti a testa china, trascinando un respiro in un'aria satura di sconfitta.

Un frammento, già macchiato di sangue, riflettevagli il riflesso della Luna, che dolce, si faceva nascondere dalle nubi veloci mosse dal vento. Egli taceva, riprendendo un po' del suo fiato. Quel frammento, quell'arma, in quell'istante gli parve un segno del destino, e con fragile dolcezza andò raccogliendolo chinandosi meglio sul pavimento, ora, con entrambe le mani. Saliva quindi col busto, fissando ciò che fuori dal vetro del terrazzo la Natura mostrava ai suoi rossi e lucidi occhi, mentre con le mani faceva salire quella lama puntando il petto. Le braccia tese, sudate per la battaglia, salivano in obliquo sopra l'altezza della sua testa mentre la punta del metallo luccicava pronta a cessare quel dolore.

"Non sto scappando"

Disse,

"Mi prendo la mia meritata Quiete..

ADDIO!"

E mosse i suoi ultimi gesti.