
Le diciannove in punto. Vagone sommerso di persone il cui sguardo pare voglia segnare la mia scelta di aspettare “la corsa” successiva per avere un posto a sedere. Si, perché io in fondo non temo di arrivare qualche minuto più tardi a casa, e neppure piangerei nello stare levato su senza poter aderire a quelle riluttanti moquette che rivestono l’arredamento dei posti a sedere. Che prezzo ha la mia preziosa educazione e generosità di fronte quegli sguardi stanchi e sbuffosi che chiedono al mondo “pietà”. Ogni giorno è peggio. E’ già da mezz’ora che stava la gente in fila aspettando il treno. Ma c’è qualche sciopero? A continuare poi coi soliti banali discorsi sul trucco e parrucco del ventunesimo secolo. Che prezzo deve pagare la mia voglia di penna alle diciannove di sera, manco l’avessi rubato quel posto. Manco non ci avessi il biglietto.
Liberandomi dall’imbarazzo degli occhi a guardare questo scapigliato sbracato e barbone drogato mi lascio rapire da quel folle stato d’animo che in tanti anni ancora non ho potuto sopprimere e mi rimetto anche oggi a scrivere.
Mi interrogo, in un modo del tutto inaspettato, su appunto le forme che la mia “produzione” ha assunto negli anni, rileggendola con una attesa storica che nella letteratura “vera” avrebbe il suo ben lungo processo di analisi nella critica letteraria.
Allora alla domanda “se questa è Arte” mi verrebbe da concentrare i miei studi per i prossimi anni che mi restano da vivere, uno o cento che vogliano essere. E giuro che se avessi il tempo, o una seconda vita a disposizione, lo farei molto volentieri. Di certo pensieri e pensieri sono stati tradotti in pagine rivolte ad autori minori, a differenti forme di composizione appartenenti alla solitudine dell’anonimato. Un aforisma che rende l’uomo poeta, concetti che lo differenzino dalla umanità. Pagine infinite di critica magari sui movimenti di pensiero sconosciuti alle masse – senza nessun riferimento alla letteratura d’avanguardia - , quella –se si può definire- letteratura silenziosa e anonima dettata dalla passione per la penna ma mai pubblicata.
La bozza “Il mio viaggio ultimo”, sul quale sto lavorando per proporne una più matura e attenta rilettura, offuscandone completamente i significati oscuri e regalandogli leggibilità è un racconto. Forse ha solo la presunzione di volerlo essere. Sin dalle prime righe quasi illeggibile, d’un italiano che porta con se la mediocrità ed una vergognosa valigia di esperienze letterarie, un rigurgito semi-digerito di stress, solitudine, voglia di evasione e personale surrogazione di me alla Morte che a tratti rievoca l’eroe incompiuto del romanzo novecentesco restituendone quelle sensazioni delle folle metropolitane francesi a soffocare la volontà dell’uomo di risolvere i piaceri della vita in quanto membro partecipe di uno stormo impazzito, popolo dell’apparire.
Il luogo d’isolamento potrebbe allora apparire nel contesto stesso della vicenda raccontata una ulteriore fuga, ma è solo abbandono, rassegnazione e impotenza nel comunicare le proprie emozioni. Il punto è proprio nel come pensare ad un lavoro, se compiuto o che necessita rivedute. Quanto il mio scritto, rielaborato, manterrà in se i significati della prima lettura? Quanto il miglioramento della esposizione aggiungerà al testo più della semplice e ovvia elevazione della leggibilità linguistica?
Qualcuno raccolse con semplici parole ciò che chi sentendo dentro la cera d’autore, artista, vorrebbe sentirsi dire. Quello che io percepisco come triste e scarno tentativo di scrittura è in realtà una affascinante “lettura”. Chi ha divorato centinaia di romanzi ed opere di vario genere mi chiama “artista”. Quindi mente, si sbaglia o la sua sensibilità artistica è più povera delle mie conoscenze in letteratura indiana.
La volontà di “riscrivere me stesso” porta in grembo proprio questa insicura ma fruttuosa domanda, alla quale, non cerco affatto risposta! Incuriosisce quella parte di me che si crede uno scrittore. Vi arrivo solo ad oggi, forse in ritardo, ma con inevitabile presenza al bisogno di “nutrire un lavoro per schiudere quel bocciolo che seppur portatore di bellezza non ha ancora raggiunto la sua forma di massima grazia e perfezione”, poiché in fondo, anche il bocciolo, seppur ancora giovane può essere ammirato, ma è il dischiuso fiore il portatore di grandi attenzione e seme di nuova vita.


Visto da vicino nessuno è normale.
RispondiEliminaE l'arte traspare dagli occhi di colui che è portare sano (o meno) di questo inguaribile malanno.
Mi auguro che l'incontro di oggi abbia permesso a costui di mostrarsi ai suoi ipotetici interlocutori. Artisti, sapienti e scrittori.
Guadagnando fiducia in se stesso e ispirandolo a impugnare una biro blu per scrivere la propria storia da protagonista.
Condividere in fine, il suo innato talento.
Non sono nessuno per stabilire cosa sia o non sia Arte. E, certo, servirebbe tutto il tempo che ci resta da vivere (sia esso tanto o poco) per rifletterci, senza peraltro avere la certezza –o la presunzione- di risolvere il dilemma. Ma infondo, in casi come questi, non è la meta ciò che conta. Di certo il viaggio quotidiano in treno è molto più del susseguirsi di: stazione di partenza-chilometri di binari-destinazione…o, per lo meno, può diventarlo per chi crede che l’importante sia il percorso, ciò che succede mentre. Per costoro c’è molto più del quarto d’ora di ritardo, delle occhiate ansiose gettate alle lancette che sembrano essersi fermate, del posto a sedere, dell’impazienza di raggiungere, finalmente, la casa che si ha sospirato fin dal mattino, quando si è usciti sperando in segreto che le ore scivolassero via indolori e inavvertite.
RispondiEliminaChi vive per il mentre si lascia affascinare, travolgere e sconvolgere dal frastuono del caos che lo circonda, cercando di cogliere un’armonia tra le note casuali e sconnesse che gli giungono all’orecchio. Vuole essere parte di quella polifonia, e, dopo averla ascoltata, intervenire e suonare la propria nota. Ma il frastuono è così assordante: quale spazio potrà mai avere la sua nota appena sussurrata?
Forse non sono in grado definire le doti di un artista…ma so che quando, in mezzo a quest’intricata frenesia che sembra impossibile da riordinare, m’imbatto in una voce strozzata, convinta di non poter trasmettere più di quanto non sia già stato detto, o comunque disillusa dal timore di non trovare nessuno disposto ad ascoltare…ma che ha il coraggio -o la disperazione- di mormorare –o gridare a squarciagola – al vento- o dentro una stanza vuota-…beh, allora tendo l’orecchio. E se avverto un’eco che mi emoziona, mi trasmette sensazioni inaspettate, apre la strada a sentieri finora inesplorati…non perdo tempo a chiedermi se sia o meno arte: mi lascio entusiasmare e mi incammino!